Parrocchia di Quercegrossa

Parrocchia di Quercegrossa
Castelnuovo Berardenga (SI)
Chiesa dei Santi Giacomo e Niccolò
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VI DOMENICA DI PASQUA – Gv 14, 15-21

Sia lodato Gesù Cristo!
Domenica scorsa avevamo ricordato come Zaccaria nel Benedictus aveva annunciato la venuta di Cristo nel mondo: «Ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1, 78-79). In questi giorni avvertiamo anche fisicamente questa “ombra di morte” tra di noi, sui nostri volti, nelle nostre relazioni, incombente. E con chiarezza avvertiamo come tutto questo sia strumento di ricatto nelle mani del potere. Una volta accettata la paura della morte, diventiamo inerti strumenti, degli schiavi. Il bisogno di vita diventa allora grido, domanda di liberazione: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rm 7, 24).
Continuando la lettura del capitolo 14 del Vangelo di san Giovanni, Gesù continua ad educarci alla vita nuova, ad essere “Suoi”. E lo fa a partire da una proposizione ipotetica: «Se mi amate». Egli non dà per scontato che nemmeno coloro che condividono con Lui un momento così intimo e così decisivo come la Cena che anticipa il Suo Sacrificio pasquale lo amino. Pochi istanti prima aveva anzi preconizzato il rinnegamento di san Pietro, che pure assicurava nell’impeto dell’emozione di essere pronto a dare la propria vita per Lui (Gv 13, 36-38). Perché l’amore di cui sta parlando Gesù non è un sentimento, ma è la conseguenza di ciò che dicevamo domenica scorsa: l’esito di un incontro è una relazione, una stabilità di rapporto, in cui tutto nella vita viene impattato, nulla, nessun aspetto viene escluso. Amare è far sì che l’altro c’entri con tutto, anzi, che l’altro sia il centro di tutto.
«Se mi amate»: questa proposizione ipotetica di Gesù ha anche delle conseguenze. La prima è quella che «osserverete i miei comandamenti». I Suoi – in altre parole – saranno capaci di quell’umanità cui ogni uomo ha aspirato, ma che da solo è condannato a non saper mai raggiungere: «Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7, 18-19). In un rapporto stabile, reale, sacramentale, con Cristo, l’uomo diventa capace della misura più alta, più vera, più divina di se stesso. La seconda conseguenza è il dono del Paraclito, dello Spirito difensore: l’accusatore, il diavolo (cfr Ap 12, 10), colui che mette al centro il nostro peccato, colui che ci tratta da insolventi. non ci sorprende più da soli: ora sappiamo di vivere in una relazione salda con Colui che ha dato la Sua vita per noi, che non siamo più orfani – e questa è la terza conseguenza –: Gesù ci offre di vivere la Sua stessa relazione con il Padre, con Dio.
Questa relazione sarà sconosciuta al mondo, ci dice Gesù, ma non ai Suoi, a coloro che Lo amano, che vivono di Lui, che vivono in Lui. L’Eucaristia è il segreto in cui carnalmente amo Gesù, vivo in Lui e Lui in me. Ma il mondo questo non solo non lo vede e non lo comprende, ma lo odia: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. […] Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato» (Gv 15, 19-21).
Gesù ci rivolge queste parole per rivelarci non solo la Sua strada, ma anche la nostra. Egli certo ci libera dall’“ombra di morte”, dalla paura mortifera, ma per renderci liberi, perché siamo forti ora che viene la persecuzione. Non dobbiamo piangere se il mondo non ci comprende o se addirittura ci odia. Piangiamo se abbiamo timore di amare Gesù, a cedere a questa relazione stabile e totalizzante. Da qui riparte la strada di san Pietro dopo il triplice rinnegamento, da qui riparte anche la strada di ciascuno di noi, dopo la paura, dopo aver resistito, dopo aver tremato: «Mi ami tu ?» (cfr Gv 21, 15-17).
E con san Pietro chiediamoci se la nostra risposta è ancora quella sentimentale ed entusiasta, ma che crolla di fronte ai servi, oppure se è quella ferita, “misericordiata”, faticata, consapevole di essere di fronte alla prima, all’unica, all’ultima buona possibilità che può capitare all’uomo: quella di essere incontrato da un Dio che muore per lui e che chiede di vivere con lui.

Sia lodato Gesù Cristo!


don Alessandro


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